L era dell ignoranza
L’era dell’ignoranzaUmana e artificialePietro FranesiSommarioQuesto articolo propone una diagnosi del presente che assume come puntodi partenza la crisi della verità, della responsabilità collettiva e della capacitàpolitica di reagire. Foucault, Han, Zuboff, Steyerl e Shulgin appartengono ormaia un tempo critico precedente: indispensabile come genealogia, ma insufficiente adescrivere la nuova realtà. Oggi non siamo solo dentro biopolitica, psicopolitica,capitalismo della sorveglianza o critica dell’immagine, ma in un regime più vasto,più rozzo e più efficace, in cui l’ignoranza diventa una risorsa produttiva. I novepunti qui sviluppati costituiscono l’architrave dell’argomentazione: menzogna,schadenfreude, disimpegno, furto, violenza, rendita, razzismo, paura e fame.L’obiettivo non è la neutralità analitica, ma la provocazione teorica:aprireun dibattito sulla forma storica di questa nuova realtà e sulle sue conseguenzepolitiche, sociali e culturali.1IntroduzioneNon è possibile affrontare la nuova realtà senza attraversare, con rispetto critico eprecisione concettuale, le grandi genealogie del potere, della soggettività e dell’immagineche l’hanno preceduta.Michel Foucault, Byung-Chul Han, Shoshana Zuboff, HitoSteyerl e Alexander Shulgin non sono qui evocati come semplici riferimenti d’autore, macome snodi decisivi di una costellazione teorica che ha reso leggibile il passaggio dalladisciplina alla sorveglianza, dalla trasparenza all’auto-esposizione, dall’immagine allasua circolazione, dalla coscienza alla sua manipolazione chimica e percettiva. Eppure,proprio perché il presente ha accelerato e ibridato questi processi, occorre riconoscereche tali pensatori appartengono ormai a un tempo critico precedente: non perché sianosuperati, ma perché il regime attuale li ha oltrepassati sul piano della brutalità, dellacapillarità e dell’efficacia operativa.InSorvegliare e puniree nei corsi del Collège de France raccolti in testi comeLavolontà di sapere,Bisogna difendere la società,Sicurezza, territorio, popolazioneeNascita della biopolitica, Michel Foucault ha mostrato che il potere moderno non silimita a proibire o reprimere: esso produce soggettività, organizza corpi, distribuisce1
L’era dell’ignoranzaPietro Franesinormalità, amministra la vita. Il passaggio dalla punizione spettacolare alla disciplinaminuta, dalla sovranità che fa morire alla biopolitica che prende in carico la vita, restauna delle diagnosi più importanti del pensiero contemporaneo. Il suo merito decisivoè aver dimostrato che il potere non è un oggetto posseduto, ma una rete di relazioniche attraversa istituzioni, corpi e saperi. Tuttavia, il presente in cui viviamo non silascia più descrivere soltanto come disciplina o biopolitica: esso ha incorporato talidispositivi e li ha proiettati in una nuova ecologia algoritmica, dove la gestione dellavita si intreccia con la produzione sistematica di ignoranza, paura e frammentazione.Byung-Chul Han, inLa società della trasparenza,PsicopoliticaeLa società dellastanchezza, ha spostato il fuoco della diagnosi: non più soltanto repressione esterna, maauto-sfruttamento volontario, visibilità come norma, esposizione come imperativo. Latrasparenza, nella sua analisi, non è un ideale innocente; è una mitologia contemporaneache promette accesso alla realtà mentre dissolve la distanza critica, la fiducia e lanegatività necessarie al pensiero. Han mostra come il soggetto neoliberale non vengapiù disciplinato da un potere che vieta, ma sedotto da un sistema che invita a comunicare,condividere, rendere pubblico ogni frammento di sé. La psicopolitica, in questo quadro,agisce sul desiderio, sull’attenzione e sulla disponibilità a performare. Anche qui, però,il nostro presente ha spinto oltre la diagnosi: non si tratta più soltanto di esposizione eprestazione, ma di una forma di impoverimento cognitivo e politico che trasforma lalibertà apparente in inerzia diffusa.Shoshana Zuboff, conThe Age of Surveillance Capitalism, ha fornito una delleanalisi più incisive della nuova economia digitale. Il capitalismo della sorveglianza, nellasua formulazione, non si limita a raccogliere dati: rivendica l’esperienza umana comemateria prima gratuita, trasformandola in dati comportamentali, surplus predittivoe prodotti di previsione.Le piattaforme estraggono, classificano e monetizzano ilcomportamento futuro, facendo della previsione e della modifica del comportamento ilcentro del profitto. Qui il capitalismo non sfrutta soltanto il lavoro o la natura: sfruttala vita vissuta, l’attenzione, la routine, il desiderio, la scelta. L’intuizione di Zuboffè cruciale perché mostra che il dominio contemporaneo non consiste più soltanto nelcontrollare la produzione, ma nel governare la possibilità stessa del comportamento.E tuttavia, proprio mentre questo modello continua a espandersi, assistiamo a unamutazione ancora più aggressiva: non più solo estrazione e previsione, ma integrazionedella paura, dell’odio e dell’impotenza come vettori ordinari di redditività.Hito Steyerl, in testi comeThe Wretched of the Screen,Duty Free Arte in operecomeHow Not to Be Seen: A Fucking Didactic Educational .MOV FileeFactory ofthe Sun, ha interrogato il destino delle immagini nell’epoca digitale. La sua riflessioneè fondamentale perché sposta l’attenzione dall’immagine come rappresentazione all’im-magine come infrastruttura, circolazione, forza materiale. Le immagini non stannopiù semplicemente davanti al mondo: lo attraversano, lo modellano, lo saturano, lorendono misurabile e governabile.Steyerl ha mostrato che la visibilità è diventatauna questione politica e tecnica insieme, e che l’invisibilità non è più un rifugio, ma2
L’era dell’ignoranzaPietro Franesispesso una condizione di sopravvivenza o di esclusione. Il suo lavoro ci aiuta a capireche l’immagine contemporanea non si limita a mostrare: cattura, orienta, accelera,produce valore. Ma anche qui, il presente sembra aver superato la soglia della critica:le immagini non sono più soltanto circolanti o iperprodotte, bensì integrate in sistemiche deformano la percezione collettiva e l’orizzonte stesso del dicibile.Alexander Shulgin, infine, ha operato in un campo diverso ma altrettanto decisivo:quello della chimica della coscienza. Nella sua ricerca sulle sostanze psicoattive e sulletrasformazioni della percezione, il problema non è solo farmacologico, ma epistemologicoe antropologico. La coscienza può essere modificata? La soglia tra io, corpo e mondo èstabile o manipolabile? Il lavoro di Shulgin ha aperto un territorio in cui la mente nonappare come un’essenza chiusa, bensì come un campo di interazione chimica, sensorialee cognitiva. Anche questa linea, però, appartiene ormai a un tempo precedente: ogginon si tratta soltanto di esplorare la coscienza, ma di modularla in modo continuo,statistico, predittivo e algoritmico.Questi cinque autori, dunque, non vengono chiamati in causa per essere rapidamentearchiviati. Al contrario: il loro pensiero va attraversato, rispettato e assunto come basegenealogica necessaria. Ma proprio la serietà del loro contributo impone di riconoscereche il presente li ha già ecceduti. L’epoca che qui intendiamo descrivere non coincidesemplicemente con la biopolitica, la psicopolitica, il capitalismo della sorveglianza o lacritica dell’immagine. Essa organizza una forma più rozza e più pervasiva di dominio,in cui la menzogna diventa sistema, la paura industria, il disimpegno abitudine, laviolenza pratica diffusa e la rendita il nuovo nome del potere. Per questo l’articolo chesegue non intende celebrare una teoria del passato, ma nominare una realtà ulteriore:l’era dell’ignoranza.2La menzogna come metodo di governoLa menzogna non è più un incidente della politica. È diventata una sua forma ordinariadi funzionamento. Il sistema Trump ne è il paradigma più evidente: dire una cosa e farneun’altra, affermare oggi ciò che domani verrà smentito, trasformare la contraddizionein energia comunicativa.La verità non viene solo falsificata; viene resa instabile,reversibile, incompatibile con ogni forma di responsabilità.In questo quadro, la menzogna non è un difetto morale ma un dispositivo di potere.Non serve a nascondere la realtà, ma a impedire che la realtà venga condivisa inmodo coerente. Quando ogni affermazione può essere immediatamente contraddetta, ildibattito pubblico perde consistenza. L’effetto non è soltanto confusione: è disarmocognitivo.3
L’era dell’ignoranzaPietro FranesiFigura: La menzogna come metodo di governo.3Schadenfreude come cultura diffusaLa gioia per la disgrazia altrui non riguarda soltanto le istituzioni o i media. Attraversa lacomunità intera. Si gode del fallimento del vicino di casa, del crollo del collega, dell’umiliazionedel più debole, mentre ciascuno guarda soltanto al proprio tornaconto.Questa forma dipiacere sociale distrugge il tessuto minimo della solidarietà e trasforma la convivenza in unacompetizione di sopravvivenza.Il disastro dell’altro diventa una consolazione privata. La comunità smette di essere unluogo di reciprocità e diventa un insieme di osservatori pronti a trarre vantaggio dal danno4
L’era dell’ignoranzaPietro Franesialtrui. La schadenfreude non è dunque una devianza psicologica marginale: è una disposizionecollettiva compatibile con il capitalismo della disgregazione.Figura: La gioia per la disgrazia altrui come cultura diffusa.4Disimpegno sociale e paralisi collettivaIl disimpegno non si vede solo nel calo dei votanti in quasi tutti i paesi. Si vede soprattuttonella mancanza di reazioni collettive davanti ai genocidi, alle guerre, all’impoverimentogenerale della popolazione. L’indignazione si accende per un istante e poi si disperde; lapartecipazione si riduce a segnale, a gesto simbolico, a consumo di opinioni. La politica sitrasforma in consumo intermittente di posizioni, non in organizzazione del conflitto.Questo disimpegno non è soltanto apatia. È una forma di adattamento indotto. Chi vivenella precarietà tende a difendersi ritirandosi, a ridurre l’esposizione, a considerare ogni gestocollettivo come un lusso. Così il sistema ottiene il risultato più utile: una società che osservail collasso senza riuscire a opporvisi in modo organizzato.Figura: Disimpegno sociale e paralisi collettiva.5
L’era dell’ignoranzaPietro Franesi5Il furto come normalità del capitalismo digitaleIl furto non è più un’eccezione criminale. È una tecnica di accumulazione. La storia dellaSilicon Valley lo mostra con chiarezza: da Gates a Zuckerberg, fino a una cultura più ampiadell’appropriazione mascherata da innovazione. Si prende, si copia, si brevetta, si monetizza,e poi si chiama tutto questo progresso.La creatività viene convertita in espropriazionesistematica, mentre il linguaggio dell’innovazione copre la continuità del saccheggio.Qui il punto non è la denuncia moralistica del singolo imprenditore, ma la strutturadi lungo periodo che rende il furto compatibile con il prestigio pubblico.Il furto vienenormalizzato quando il controllo delle infrastrutture cognitive vale più della produzione realedi valore. In questa trasformazione, l’appropriazione non è una deviazione: è il modello.Figura: Il furto come normalità del capitalismo digitale.6La violenza come rondaLa violenza non è solo simbolica o economica.Torna a farsi presenza fisica, di strada,di gruppo.Nascono ronde e bande che setacciano i quartieri per picchiare gli stranieri,invocando la “remigrazione” come parola d’ordine squadrista.Qui il razzismo smette diessere un’opinione e diventa organizzazione del pestaggio, pedagogia dell’intimidazione, provagenerale di un ordine fondato sulla caccia all’altro.Il quartiere si trasforma in frontiera armata. La violenza non ha più bisogno di apparatiformali per mostrarsi: si legittima da sé, si diffonde come prestazione di forza e si presentacome autodifesa della comunità. In realtà è il contrario: è il collasso della comunità in gruppoaggressivo.6
L’era dell’ignoranzaPietro FranesiFigura: La violenza come ronda e intimidazione.7Dal profitto alla renditaIl capitalismo cambia natura. Non siamo più soltanto nella logica del controllo collettivodei mezzi di produzione, ma dentro una fase in cui il punto decisivo è il controllo pubblicodegli algoritmi e delle infrastrutture di visibilità. Chi governa il flusso governa il valore, chicontrolla l’accesso controlla la rendita, chi decide cosa appare decide cosa esiste.Questa mutazione sposta il centro del conflitto. Il problema non è più soltanto produrre,ma governare l’architettura che rende alcuni soggetti visibili e altri invisibili, alcuni contenutiprofittevoli e altri irrilevanti. La rendita algoritmica non premia il lavoro, ma il controllodelle condizioni in cui il lavoro e l’attenzione diventano monetizzabili.Figura: Dal profitto alla rendita.7
L’era dell’ignoranzaPietro Franesi8Il razzismo come dispositivo politicoIl razzismo non è un residuo del passato.È una tecnologia politica presente.I fatti diMinneapolis mostrano quanto facilmente la gestione pubblica della paura, della sicurezza edel sospetto possa produrre enclave di violenza e legittimazione dell’abuso. Allo stesso modo,l’uso squadristico dell’IRS segnala come il potere possa piegare strumenti amministrativi efiscali a logiche punitive e selettive.Il razzismo diventa così una forma di governo attraverso la segregazione, la pressione e laminaccia. Non è soltanto odio: è organizzazione del mondo in base a gerarchie di umanità.E quando questa gerarchia si lega a piattaforme, media e apparati istituzionali, il razzismodiventa infrastrutturale.Figura: Il razzismo come dispositivo politico.9La paura come industriaI media e i social controllati dai nuovi feudatari deformano la realtà e ci mostrano quasi solociò che incute terrore: femminicidi, guerre, insicurezza economica, perdita del lavoro a causadell’IA, minacce continue e concatenate. La paura non è un effetto collaterale: è il contenutoprivilegiato perché produce attenzione, dipendenza e obbedienza.Il terrore è venduto come informazione, e l’informazione come inevitabilità. La societàviene tenuta in uno stato di allarme costante, in cui il presente sembra sempre sul puntodi crollare e il futuro appare come una sequenza di disastri previsti. Questa industria dellapaura è forse la più redditizia tra le forme contemporanee di governo.8
L’era dell’ignoranzaPietro FranesiFigura: La paura come industria mediatica.10La fame benvenutaLa fame, in senso materiale e simbolico, sarà la molla che ribalterà il tavolo. Non una fameromantica, ma una condizione reale di esaurimento che rende insostenibile l’ordine presente.Quando la fame diventa diffusa, il sistema perde il suo velo di normalità e si espone alla suafragilità.In questo senso la fame non è solo una tragedia: è anche una soglia politica. Dove finiscel’adattamento e comincia la necessità, lì si apre la possibilità del rovesciamento. La famebenvenuta non è il desiderio del dolore, ma il riconoscimento che solo una crisi materialeprofonda può spezzare l’assuefazione generale.Figura: La fame come soglia politica.9
L’era dell’ignoranzaPietro Franesi11Il tempo passato delle grandi categorieFoucault, Han, Zuboff, Steyerl e Shulgin hanno fornito strumenti decisivi per leggere il passag-gio dalla disciplina alla sorveglianza, dalla trasparenza all’auto-sfruttamento, dall’immaginealla circolazione, dalla coscienza alla chimica. Ma oggi queste coordinate vanno trattate comegenealogia, non come orizzonte esaustivo. Il presente non si limita a prolungarle: le supera inbrutalità e in semplicità operativa.Il punto non è archiviare questi autori, ma riconoscere che la loro funzione è ormairetrospettiva. Essi spiegano il cammino, non il punto d’arrivo. L’era dell’ignoranza è piùrozza e più potente: non cerca solo di sorvegliare i soggetti, ma di ridurli a individui isolati,cognitivamente esausti, politicamente disarmati e moralmente frammentati.12Politica contro arteQuesto articolo è volutamente più politico che artistico. L’arte verrà dopo, nell’installazione.Qui serve il linguaggio del conflitto, della diagnosi e dell’accusa. Non bisogna attenuare ilgiudizio: bisogna renderlo pubblico, leggibile, discutibile. L’obiettivo è provocare un dibattito,non produrre un consenso elegante.Per questo i nove punti non sono soltanto temi: sono un dispositivo retorico e politico.Ogni punto chiama una discussione, ogni punto apre una frattura, ogni punto contesta unaforma di normalizzazione. Se l’articolo riesce a irritare, allora sta già lavorando.13ConclusioneL’era dell’ignoranza non è una metafora consolatoria. È la forma storica di una società cheproduce menzogna, paura e frammentazione come strumenti ordinari di governo. La suaforza consiste nel presentarsi come inevitabile, naturale, perfino banale. Ma proprio questabanalità è il segno della sua potenza.L’articolo qui proposto vuole dire con chiarezza una cosa sola: la nuova realtà non silascia più leggere soltanto con le categorie del passato. Quelle categorie restano utili, ma nonbastano. Bisogna guardare il presente senza nostalgia teorica, nominare i suoi dispositivi eaccettare il rischio del conflitto pubblico. Solo così il dibattito può aprirsi davvero
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